Le Filippine dinanzi ad un nuovo tentativo di rinascita*

© Silvia Sartori - isola di Cebu, Maggio 2007. 
Scandali politici, esercito sotto accusa, violazioni dei diritti umani: alla vigilia delle elezioni, che ne è delle Filippine?

Il gallo continua a cantare.
Nei villaggi e nelle campagne, in collina e in spiaggia, ce n’è almeno uno attorno ad ogni capanna, lungo i margini di ogni strada. Legato a doppio giro di corda alla zampetta, sembra essersi rassegnato anche lui a non cercare di andare oltre.
Pressoché immobile nel suo spazio circoscritto, intanto canta. A qualsiasi ora del giorno e della notte, (quasi a voler dimostrare di riuscire a sfidare i luoghi comuni).
In città, nel disordine di queste città filippine dove ville e case, chiese e strade, persone e rifiuti si confondono, non è così visibile. Ciò nonostante, continui a sentirlo cantare.
Il canto del gallo, malinconica colonna sonora di un Paese che sembra essere tristemente scivolato, d’un tratto, agli atti finali di un dramma. Dramma di cui gli attori stessi, oramai abituati alla ripetizione convulsa di un identico scenario, non si sforzano più di arrestare e invertire l’epilogo.


Nessuno si aspettava una prospettiva del genere a metà del secolo scorso. La Banca Mondiale e la comunità economica internazionale preconizzavano un nuovo “Giappone del futuro”, gli Stati Uniti vantavano in giro per l’Asia questo (loro) “modello di democrazia”.
A poco più di cinquant’anni di distanza, i primi insistono per riscuotere debiti che sono aumentati a spirale nel corso degli anni, i secondi si preoccupano di potenziare la loro alleanza con quello che nel frattempo è diventato un partner strategico nella “guerra al terrore”.
Il Paese è strozzato da un meccanismo deforme, partorito da dittature e people power revolutions, da un sistema politico dove élite di attori e di famiglie miliardarie continuano a contendersi il potere, con giochi di feudale memoria, per salvaguardare e perpetuare i propri interessi. Programmi di sviluppo, riforme sostanziose, lotta alla povertà e alla corruzione rimangono ideali imprescindibili a cui ogni candidato politico, vecchio e nuovo, si richiama. Una volta all’opera, però, il meccanismo torna ad incepparsi.
La degenerazione è in parte dovuta al fatto che, storicamente, nessuno si sia mai preoccupato di costruire uno ‘Stato filippino’. Soggette prima ad oltre trecento anni di colonizzazione spagnola e in seguito a mezzo secolo di “amichevole invasione” americana, le Filippine hanno iniziato ad imparare a fare i conti con se stesse solamente dal 1946, benché gli Stati Uniti abbiano continuato a tenerle d’occhio e a “fornire assistenza”. Il debutto dell’indipendenza non è stato poi dei più felici, con l’approdo, nel 1965, alla dittatura di Ferdinand E. Marcos che adottò la legge marziale per gran parte del suo regime, limitò le libertà civili e minò le basi di uno stato di diritto in fieri.
Oggi le Filippine sono una costellazione di isole in cui risiedono circa 87 milioni di abitanti, un terzo dei quali vive con meno di un dollaro al giorno e metà dei quali ha meno di ventun’anni. La popolazione è raddoppiata negli ultimi trent’anni e continua a crescere ad un tasso del 2,36% annuo che potrebbe portarla a raggiungere i 200 milioni di abitanti già nel 2042. L’arcipelago si contraddistingue come uno dei Paesi asiatici a più alta crescita demografica e si posiziona al dodicesimo posto tra i Paesi più popolosi al mondo.
La disoccupazione continua a toccare tassi preoccupanti, con stime che arrivano fino al 20% della popolazione in età da lavoro. Già dieci milioni di filippini sono emigrati per lavorare e ad essi si aggiunge ogni anno un milione di connazionali.
Nel frattempo, continua ad allargarsi il gap tra ricchi e poveri, con oltre metà del PIL nazionale nelle mani delle 15 famiglie filippine più ricche e potenti. Nel 1985, alla vigilia della prima people power revolution, la punta, pari al 10% della popolazione, possedeva il 37% della ricchezza nazionale, mentre il 20% dei più poveri ne riceveva non più del 5%. Ad oltre vent’anni di distanza, la nicchia del 10% continua a controllare il 36% mentre il 20% degli strati più bassi non riesce ancora ad andare oltre il 5%. A parità di potere d’acquisto, la ricchezza pro-capite è rimasta congelata agli stessi valori, virtualmente, del 1980.
In compenso, se nel 1997 la povertà colpiva poco meno del 37% della popolazione, nel 2002 vessava più del 40% dei filippini. Nel solo arco di tempo tra il 1999 e il 2002, l’accesso all’acqua potabile è passato ad essere un privilegio prima dell’81,4% della popolazione, ora dell’80%.
Cifre certamente non rassicuranti e trend che sembrano destinati ad infangarsi ancor più nei solchi della miseria e del sottosviluppo, anziché accennare ad una possibile emancipazione.


Parto dalla città di Cebu, capoluogo dell’omonima isola, diretta verso alcune isole delle Visayas.
Lasciando il centro della città, progressivamente un’esplosione, uno sfogo di vegetazione su uno sfondo blu puro. Scoppi di verde e nugoli di baracche, colorati solo dalle strisce di bucato steso sul filo spinato che demarca i giardini. Qua e là rudimentali gazebo, improvvisati punto di incontro tra vicini di casa. Una chiesa, una cappella e un capitello. Nel cuore delle zone rurali, fumo di sterpaglie e di fogliame bruciato. Fumo di gusci di cocco, tagliati a metà e bruciati per cucinare. Una capra, una vacca, un maiale, tutti con una zampa legata ad una corda. Case di stuoia, sempre più fatiscenti. Pollai giganti, delimitati e protetti da filo spinato e lampadine.
Tasselli che sembrano comporre un puzzle africano, piuttosto che asiatico.
Bambini seminudi giocano per strada con nulla, corrono a lavarsi al fiume, portando per mano fratellini o sorelline ancora più piccoli. Hezal, 12 anni, ha un fratello e otto sorelle. Una solo di queste è più grande di lei. La mattina, va a scuola come gli altri bambini. In uniforme e qualche quaderno tra le mani, li vedi passeggiare veloci per la spiaggia, attardandosi solo per scrutare i visi nuovi che sono arrivati in villaggio. Come i suoi 47 compagni di classe, Hezal parla un ottimo inglese. I genitori sono disoccupati e lei di sera aiuta la sorella in un ristorante.
Le strade sono perennemente animate da mezzi di trasporto di ogni genere: biciclette, moto e motorini, i tipici tricicli e le immancabili jeepneys. Stuoli di ragazzini e di uomini continuano a chiederti se hai bisogno di un passaggio. Non con troppa insistenza, appisolandosi di tanto in tanto sotto la frasca di un albero, al riparo dalla calura. Come il Paese in cui vivono, sembrano essersi rassegnati ad una ruota che continua a segnare lo stesso corso e intanto si abbandonano al sole cocente e ad un po’ di musica pop o country. In molti di questi visi leggi l’abbandono, la perdita di slancio, di spirito di intraprendenza. Quelli che ancora ne hanno, fuggono. Fuggono in città o, se sono fortunati, vanno all’estero.
Edna ha 36 anni e 6 figli: il più grande di 16 anni, il più piccolo di 3. Il marito fa il carpentiere, lei da poco lavora in un ristorante straniero. Fa il turno di notte e torna a casa poco prima che i figli vadano a scuola. Prima, era dipendente pubblica in Comune, prima ancora in Provincia. Le piaceva quel lavoro, le piacevano i colleghi e l’orario era più consono alla sua vita familiare. Poi, però, uno dei “signori della zona” le ha tolto il lavoro per darlo ad un tale che si era rovinato in campagna elettorale. In compenso, le ha trovato questa opportunità presso il ristorante di un amico svedese. Edna ha una sorella che lavora in Italia da oramai due anni, come assistente domestica. Sogna di riuscire a seguirla, un giorno, per poi tornare nelle Filippine e aprire un suo negozio. È ossessionata dal problema dell’educazione dei figli: con il costo della vita che continua a crescere e la scarsità di scuole nei paraggi, è terrorizzata al pensiero di non riuscire a garantire ai figli la possibilità di frequentare la scuola superiore e l’università. Brucia ancora in lei, vivissimo, il rimpianto per aver dovuto abbandonare la Facoltà. Del resto aveva dovuto sposarsi e i primi figli erano arrivati subito. In un Paese a grandissima maggioranza cattolica e dove la Chiesa continua a detenere un’autorevolezza difficile da scalfire, gli anticoncezionali rimangono tabù. “Mio marito vorrebbe altri figli”, mi spiega Edna, “ma io sono contraria. Credo che sia un peccato maggiore mettere al mondo altri bambini e non riuscire ad educarli, piuttosto che usare i contraccettivi”. Sono poche le famiglie della fascia sociale a cui appartiene Edna a pensarla a questo modo. Tra la classe media e fra le famiglie abbienti, è oramai normale avere due figli, tre al massimo. Talvolta anche uno solo. Invece nelle fasce povere, quelle che continuano a costituire la stragrande maggioranza della popolazione filippina, la famiglia media ha 6-8 figli. Come ironizza un giovane filippino, quella in corso non è una politica di family planning ma di family planting.


Gli occhi di Edna si erano illuminati per un istante al pensiero delle prossime elezioni di maggio, elezioni locali e per il Senato. Quel lampo di luce rivelava una volontà di rivincita e un’illusione, tanto intensa quanto fugace, che il suo voto avrebbe contato davvero e avrebbe contribuito a cambiare la situazione. Sembrava voler dire: ‘Sì, tutto sta marcendo, ma a maggio tocca a noi farci sentire e la nostra voce non passerà inosservata’. Poi il realismo, il monito inappellabile dell’esperienza, è tornato ad avere il sopravvento e ha spazzato via facili rêverie.
Edna è convinta che le elezioni siano una pratica importantissima e utile, l’anello fondamentale che lega il cittadino comune a quanti ne decidono la sorte. “Però – aggiunge - adesso come adesso le elezioni sono solo uno spreco di soldi. Politici vecchi e nuovi non fanno che litigare tra di loro, senza trovare risposte ai problemi del Paese. E i candidati che non siano abbastanza ricchi, non hanno nessuna possibilità di riuscire ad arrivare a posizioni chiave.”
Come il suo, è comune un senso di sfiducia per le sorti prossime delle Filippine. “La situazione del Paese sta solo peggiorando”, ti senti dire da tanti indigeni. I politologi la chiamano people power fatigue, la stanchezza, penosa e arresa, del popolo. Lo stesso popolo che non da ultimo nel 2001 scendeva in piazza e, col sostegno dei militari, animato da un potere che credeva di avere, combatteva per cambiare l’ordine delle cose.
Ora il popolo è stanco. E, al contempo, più saggio. Ha capito che questi plateali colpi di scena politici, gli avvicendamenti al Governo e al Parlamento, sono di natura puramente cosmetica. Un attore succede ad un altro, un membro della famiglia prende il posto di un altro. I volti cambiano, ma si finisce sempre col giocare allo stesso gioco sporco.
Gloria Macapagal Arroyo non ha smentito il meccanismo perverso, lo ha addirittura portato a nuovi traguardi, se possibile. Vice-Presidente delle Filippine durante la presidenza Estrada nel 1998, divenne poi Presidente, in maniera tuttora opinabile, tre anni dopo, in seguito alla rivoluzione di piazza del 2001, nota come EDSA II, che cacciò dalla scena il famoso attore. Venne rieletta, poi, nel 2004, anche in questo caso con modalità tutt’altro che trasparenti. Poco dopo il rinnovo del suo mandato, infatti, uno scandalo denunciò il suo tentativo di influenzare la stima dei voti a suo favore. Allo scoppio della bomba, metà del suo gabinetto si dimise ed essa divenne oggetto di impeachment.
Una questione di karma, commentò Estrada.
Intanto, come tristemente tipico nelle Filippine, la Arroyo ripristinò il gioco con cui, da un lato, diceva di voler promuovere il corso legale del processo di impeachment mentre, dall’altro, continuava a glissarlo e a farlo arenare.
Come tristemente tipico nelle Filippine, la sua rimozione dal potere, che ha aleggiato nel Paese per diversi mesi, è stata evitata più a causa dell’incapacità dell’opposizione di presentare un’alternativa valida e unanime, che per merito di un’accortezza con cui l’Arroyo stessa avrebbe risposto al suo capo d’accusa.
Come tristemente tipico nelle Filippine, un’altra grande opportunità è stata sprecata, finendo solo col seminare ulteriori motivi di sfiducia e pessimismo. Sì, perché Gloria aveva tutti i numeri per poter riuscire, senza bisogno di ricorrere a scorciatoie o a stratagemmi. Figlia di uno dei primi Presidenti delle neo-indipendenti Filippine e con un dottorato americano in economia, aveva un curriculum di tutto rispetto. Era arrivata al potere in nome di quattro principi-obiettivo: primo, lo sradicamento della povertà in dieci anni; secondo, l’instaurazione di un modello di governo morale; terzo, l’attuazione di autentiche riforme e il “dialogo col popolo”; quarto, lo sviluppo di una leadership modello.
Ora, che la sua sia stata una leadership modello, è quantomeno discutibile. La corruzione continua a dilagare e ad esserne modello non sono nient’altri che il marito, il figlio e il cognato della Presidentessa, divenuti oggetto di uno “scandalo jueteng” (popolare gioco d’affari). Il paradosso, quel paradosso che si è oramai annidato alle radici del sistema politico filippino, è che la Arroyo continua a dichiarar guerra ai vizi di un sistema di cui essa stessa è il prodotto e che lei, con la sua condotta, sta continuando ad alimentare.
In tutto questo, lei continua a perdere credibilità, passando alla storia come uno dei leader meno popolari delle Filippine. Ciò che è più triste, però, è che con lei sta perdendo credibilità internazionale l’intero Paese.
E questo spiega perché, oggi, le Filippine non siano la Corea del Sud o il Giappone. Un Paese che non ha mai attuato una vera e propria riforma agraria, che così non ha mai saputo dare libero sfogo al potenziale della domanda interna, che rimane soffocato da un debito pubblico di proporzioni allarmanti (oltre il 70% del PIL), dove la stabilità politica sembra continuamente compromessa e la povertà non dà segni di guarigione, è un Paese che non tranquillizza gli investitori stranieri. Giapponesi e taiwanesi, e con loro quanti altri investono nell’area dell’Asia Pacifico, non se la sentono di scommettere grosse cifre in una nazione che non riuscirà a sdebitarsi dal solo debito di Marcos prima del 2025. E non stupisce, allora, che le rimesse dei filippini che lavorano all’estero ammontino a più di cento volte rispetto al valore degli investimenti esteri diretti.
A confermare l’imprimatur feudale dello Stato filippino odierno, a denunciare ancor più la vulnerabilità del suo Stato di diritto, si è aggiunto di recente un altro scandalo. Dall’inizio della sua Presidenza nel 2001, il regime Arroyo ha raggiunto la cifra record di 834 omicidi extragiudiziali. Una cifra che si avvicina ad un ritmo preoccupante a quanto avvenuto nell’epoca di Marcos quando, in vent’anni di brutale dittatura, avvennero circa 3.000 assassini documentati. Benché la polizia continui a parlare di non più di 117 omicidi, la situazione è tale da aver reso le Filippine, assieme all’Afghanistan, il Paese asiatico più pericoloso per i giornalisti. Su scala mondiale, è la zona non di guerra più pericolosa per la stampa. Già, perchè i giornalisti sono tra le vittime più ricorrenti di questi omicidi. Altro paradosso, tenendo conto del fatto che le Filippine vantano una stampa fra le più libere d’Asia.
Date le clamorose dimensioni del fenomeno, la Presidentessa ha incaricato una commissione ad hoc di far luce sui fatti. Ad essa si è unita, poche settimane più tardi, un’inchiesta dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. I risultati a cui sono pervenuti la Commissione Melo e l’inchiesta Alston sono sulla stessa linea d’onda, denunciando pesanti responsabilità dell’Esercito e della Polizia filippini. Sul banco degli imputati compaiono nomi di spicco della sfera militare, primo fra tutti il Generale Jovencito Palparan, ora in pensione.
Lo scandalo non è che appena iniziato ma già promette di tingersi di diverse sfumature.
Imbarazzanti, visto che non più tardi di giugno scorso Gloria stessa aveva elogiato pubblicamente gli sforzi del Generale nella lotta contro i ribelli comunisti e, in genere, non ha mai risparmiato parole di encomio verso l’operato delle forze dell’ordine e di sicurezza filippine.
Delicate, per le ripercussioni internazionali che potrebbero seguire. In forza dell’emendamento Leahy, infatti, gli Stati Uniti potrebbero ridurre o tagliare del tutto la loro (copiosa) assistenza politica e militare alle Filippine, se le inchieste, che sono destinate a continuare, arrivassero a dimostrare una responsabilità diretta del Governo in queste pratiche di sistematico abuso dei diritti umani.
Sconcertanti, perché ancora una volta e malgrado l’evidenza dei fatti, l’attenzione sembra concentrarsi più sui tentativi volti a smentire dati, rimbalzare accuse, improvvisare spiegazioni, istituzionalizzare vie di fuga anziché su terapie per guarire il malato. Il Philippine Daily Inquirer si chiede, con rammarico: Quanto in là potrà andare il Presidente nel processare i colpevoli di questi omicidi extragiudiziali se gli ufficiali dell’Esercito e il suo stesso Ministro della Giustizia si ostinano a negare l’esistenza del problema?
Così, di nuovo, un’altra buona occasione rischia di andare sprecata. E il cancro avanza.


A Manila, intanto, ricorre il ventunesimo anniversario della prima rivoluzione EDSA, quella che nel 1986 detronizzò il dittatore Marcos.
Col passare degli anni, sono sempre meno quelli che si preoccupano di tornare a manifestare per le strade e a commemorare il glorioso exploit popolare. Quei pochi, però, continuano a lasciare un segno. Un primo messaggio recita: Non vi è vera democrazia se vi sono omicidi politici. Non vi è buon governo se c’è “Hallo Garci” (slogan che designa lo scandalo delle elezioni truccate del 2004). Poco distante si legge: Edsa I: 21 anni di tradimento delle speranze popolari da parte dell’élite. Il credo di un popolo tradito riassunto in un epitaffio: Qui giacciono Edsa I e le speranze di cambiamento di un popolo: 1986-2007.
* Originale del reportage pubblicato in East n.14, Baldini Castoldi ed., Milano