La Corea del Nord tra aiuti umanitari e controllo interno*

Il 22 settembre all’Assemblea delle Nazioni Unite la Corea del Nord invita gli organismi internazionali di aiuto umanitario a lasciare il Paese entro la fine dell’anno e dal primo ottobre vieta la vendita di derrate nei mercati, rinvigorendo invece il tradizionale sistema di distribuzione pubblica del cibo. Decisioni, queste, che potrebbero indicare un’inversione nel processo di riforme, timidamente iniziato nell’estate 2002, oppure, paradossalmente, una fase di assestamento del processo stesso. Indubbiamente, però, si tratta di scelte rischiose, per quanto tese a rafforzare il controllo domestico.
La svolta
Dal primo ottobre ai cittadini nordcoreani non è più possibile acquistare riso, cereali e altre derrate alimentari presso i mercati “privati”, istituzioni venute alla luce in seguito alle riforme economiche attuate nel Paese nell’estate 2002. Il sistema di distribuzione pubblica (PDS, Public Distribution System), attivo sin dagli albori dell’era comunista nordcoreana, torna così in scena in misura massiccia. Benchè non fosse mai completamente scomparso dalla politica economica del Regno Eremita, ora diventa il meccanismo principale di approvigionamento alimentare per la popolazione nordcoreana.
Quasi contemporaneamente, poi, il governo decide di non avvalersi più di agenzie delle Nazioni Unite e ONG operative nel campo degli aiuti umanitari. Entro la fine dell’anno, sono infatti pregati di lasciare il paese tutti gli organismi che non agiscano sotto l’ombrello degli aiuti allo sviluppo.
Si tratta di due decisioni impegnative, pregne di implicazioni sia per la vita pubblica e interna del Paese, quanto per le ripercussioni internazionali nei rapporti tra Corea del Nord e resto del mondo. Una fedele attuazione di queste gravi misure, infatti, rende innanzi tutto il governo di Kim Jong Il completamente ed esclusivamente responsabile del sostentamento della propria popolazione. In secondo luogo arresta il promettente, per quanto recente, processo di riforme interne. Questi due processi congiunti rischiano di compromettere seriamente la salute della popolazione e dell’economia nordcoreana, poiché già da dieci anni consecutivi la Corea del Nord non è in grado di produrre cibo a sufficienza per la propria popolazione e un’ulteriore chiusura interna allontana quegli stessi investimenti diretti esteri a cui il Paese non può rinunciare per svilupparsi davvero.

I possibili perché di tali decisioni
La Corea del Nord ha accusato i donatori di aver politicizzato gli aiuti umanitari, collegandoli a questioni di diritti umani e interferendo, così, in questioni interne del Paese. In secondo luogo, ha dichiarato di aspettarsi un raccolto molto abbondante per quest’anno, al punto da non aver bisogno dei consueti aiuti complementari stranieri. Questo, dunque, il quadro ufficiale fornito dal regime di Pyongyang a spiegazione della decisione di rinunciare agli aiuti elargiti da ONG e Nazioni Unite.
In realtà alla base della svolta vi è una fitta rete di fattori politici che poggiano su di un riaffermato bisogno di ferreo controllo interno e di consolidamento dell’autorità del Partito e del’Esercito. Ragioni che sostanzilamente fanno capo ad esigenze di stabilità interna.
In primo luogo, la presenza straniera in territorio nordcoreano è sempre stata una spina sul fianco per il governo di Kim Jong Il. L’obiettivo degli operatori internazionali, infatti, non consiste semplicemente nel fornire aiuti ma soprattutto nell’assicurare che tali aiuti arrivino a debita destinazione e non si fermino invece in itinere perchè ufficiali politici o dell’esercito se ne appropriano o li rivendono successivamente (fenomeno che avviene col 30% del cibo inviato, secondo una stima del Comitato Americano per i Diritti Umani in Corea del Nord). E questo secondo obiettivo, meno dichiarato del primo, rappresenta la missione più difficile e tra le più importanti da perseguire in un Paese in cui il regime sopravvive grazie ad un controllo totale e ad una propaganda massiccia. Il solo programma alimentare mondiale (WFP, World Food Program), che opera in Corea del Nord sotto l’ombrello ONU dal 1995, compie una media di sei mila visite di controllo l’anno, assicurandosi che gli aiuti arrivino presso i propri destinatari (bambini, donne incinta, orfani, ospedali..). Per il regime eremita si tratta di una presenza esageratamente intrusiva e potenzialmente foriera di destabilizzazione.
A questo, poi, si colleghi il fatto che Corea del Sud e Cina, nel frattempo, continuano ad elargire generosi aiuti a Pyongyang, senza avanzare troppe condizioni e senza compiere ispezioni. Nel solo 2004 la Corea del Sud ha fornito il 27% del cibo che i fratelli del Nord ricevono tramite il WFP, mentre la Cina contribuisce annualmente a quasi l’80% del fabbisogno di carburante nordcoreano. Nel 2005, Seoul ha già fornito 500.000 tonnellate di cibo come aiuto diretto, in aggiunta ai propri contributi al WFP, mentre Pechino continua ad offrirne altre centinaia di migliaia (la cifra precisa non è disponibile). E’ facile allora capire come risulti più comodo e apparentemente meno rischioso per Kim Jong Il servirsi degli aiuti “incondizionati” cinesi e sudcoreani, piuttosto che dover continuamente fare i conti con la pervasiva presenza delle agenzie internazionali.
In terzo luogo, la Corea del Nord vorrebbe evitare di sviluppare una “politica di dipendenza cronica” dagli aiuti internazionali stranieri. Questa, infatti, ne minerebbe la capacità di poter davvero decollare economicamente e la condurrebbe, in ultima istanza, ad una realtà non molto dissimile da quella in cui si trovano imprigionati molti Paesi africani.
A fare pendant a questa intenzione politica, poi, si aggiunge un’altra “velleità” del regime: all’indomani del conseguimento di un primo, storico, accordo a sei sulla denuclearizzazione della penisola nordcoreana, l’intellighensia di Kim Jong Il vorrebbe dimostrare al mondo di essere in grado di provvedere da sè ai fabbisogni della propria popolazione e di essere dunque un attore politico di tutto rispetto. Certo, una pretesa un pò troppo ambiziosa per un Paese in cui due terzi degli abitanti dipendono dalle derrate alimentari concesse da donatori stranieri. Il regime ribadisce di aspettarsi un raccolto migliore quest’inverno, e in questo si trovano concordi gli osservatori internazionali, che al contempo non mancano però di far notare come questo raccolto, per quanto migliore, non sarà comunque tale da sfamare l’intera popolazione (secondo il WFP la Corea del Nord sarà a corto almeno di 890.000 tonnellate). Per non parlare poi del fatto che un miglioramento nella produzione agricola di un’annata non è di per sé sufficiente a garantire la sostenibilità nel lungo periodo del progetto di non ricorrere più ad aiuti umanitari stranieri.
In ultima analisi, il repentino cambiamento deciso dall’élite di Pyongyang nasce dalla necessità di rafforzare la posizione e la presa di Partito ed Esercito. Il ripristino di un sistema di distribuzione del cibo e di una distribuzione razionata produce infatti una catena di vantaggi per le autorità nordcoreane. Innanzi tutto, 250 grammi di riso vengono garantiti a tutti i cittadini (contro i 700-900 grammi assegnati a inizi anni Novanta). Benchè sia una razione comunque insufficiente a garantire un’adeguata alimentazione, si tratta di una quantità che consente ad ogni singolo cittadino l’accesso al cibo, elemento questo non più scontato dal luglio 2002. Con l’avvio delle prime “riforme economiche” (che il regime non ama definire tali), erano state infatti consentite vendite di prodotti presso mercati privati, alle ditte venne permesso di conseguire profitti reali e di licenziare personale in eccedenza. Parallelamente il won era stato svautato e qualche misura di modernizzazione e “privatizzazione” era stata avviata anche nell’agricoltura. Queste misure avevano causato un aumento della disoccupazione, una riduzione di salari e potere d’acquisto, un aumento dei prezzi nel mercato nero e soprattutto un vertiginoso aumento dei prezzi in genere (basti pensare che un kilogrammo di riso passò improvvisamente da 0,08 won a 40 won). L’azione congiunta di questi fattori ha compromesso la capacità di molti cittadini di acquisire cibo a sufficienza e ha dato vita ad un crescente divario economico interno che, in ottica politica, si traduce in una pericolosissima fonte di instabilità.
Ripristinando nel pieno della sua funzione il PDS, il governo tornerebbe invece a garantire ai propri cittadini un accesso minimo al cibo, arginerebbe il fenomeno dell’ineguaglianza economica crescente e ridurrebbe notevolmente il rischio che le derrate alimentari vengano “deviate” e manipolate. E così facendo rafforzerebbe la propria legittimità politica interna. Questo scenario all’apparenza potrebbe sembrare una panacea a molti mali ma presenta in realtà alcune zone d’ombra che meritano attenzione. Per prima cosa, il meccanismo chiaramente può continuare a funzionare fino a quando il Paese ha cibo da distribuire. Ma se si ripetesse l’eventualità, affatto remota, che sia necessario supplire alle lacune interne via aiuti internazionali, la strategia tornerebbe a dimostrarsi viziata. Successivamente, se il sistema dimostrasse di funzionare, diventerebbe un forte disencentivo al prosieguo delle riforme e cancellerebbe gli incentivi economici sorti in relazione con i primi mercati privati. In questo caso, il regime dovrà fare attenzione che se la recente classe commerciale non verrà convertita ad altre funzioni altrettanto soddisfacenti, si trasformerebbe in un’altra polveriera.
E così facendo il rischio instabilità tornerebbe a ripresentarsi.

Perplessità e rischi
I primi a pagare il prezzo delle suddette decisioni saranno indubbiamente i cittadini nordcoreani, il 37% dei quali sono denutriti. Un quinto dei bambini é sotto peso e un terzo delle madri sono anemiche e malnutrite. Qualora il WFP fosse davvero costretto a lasciare il Paese, 125.000 bambini potrebbero essere in pericolo di vita. Il fatto, poi, che solo i programmi per lo sviluppo possano continuare ad operare nel territorio significa, tecnicamente, che la stessa assistenza medica (compresi i vaccini) non sarà più attiva, poichè ufficialmente risulta come aiuto umanitario.
A livello di tempistica si presentano altri due problemi. In primo luogo, il WFP denuncia come decisioni così gravi vadano prese in anticipo, data la difficoltà di bloccare le migliaia di tonnellate di cibo già assegnate e in corso di consegna in Corea del Nord. In secondo luogo, i fondi per lo sviluppo necessitano di molto più tempo per venire raccolti e mobilitati di quanto non accada per gli aiuti umanitari. Questa incongruenza temporale minaccia di lasciare il Regno Eremita “scoperto” dal punto di vista “assistenziale”.
Come già indicato, inoltre, permane il rischio che il presente raccolto non sia sufficiente a provvedere ai bisogni di tutta la popolazione. E ad ogni modo un “buon raccolto” in Corea del Nord rappresenta un fenomeno eccezionale che, in quanto tale, non può giustificare una decisione di lungo periodo che si rivelerà dunque insostenibile.
Sul piano politico, poi, la Corea del Nord così facendo va pericolosamente sottoponendosi alla morsa politica di Seoul e Pechino. Se il resto della comunità internazionale risulta un partner scomodo e difficile da accomodare, chiudergli le porte non fà che creare una relazione di dipendenza e sottomissione nei confronti dei due vicini. E’ vero che ora Cina e Corea del Sud non avanzano troppe pretese, ma se rimanessero gli unici interlocutori di Pyongyang e avanzassero delle richieste a cui l’élite di Kim Jong Il non è disposta a cedere, a quel punto il Regno Eremita non potrebbe più contare su nessuno stato cuscinetto e si troverebbe intrappolato in un triangolo senza vie d’uscita, triangolo che è stato esso stesso a creare. E Pechino, che nel 2003 ha bloccato i riforinimenti energetici destinati al vicino del Sud, ha già dato prova di non essere disposto a fare da burattino nelle mani della Corea del Nord.
A livello macropolitico, una fedele implementazione delle recenti decisioni nordcoreane minerebbe ulteriormente la credibilità internazionale di un attore di cui già ora sono in pochi a fidarsi. Non solo questo diventa controproducente per Pyongyang all’indomani della sottoscrizione dell’accordo di Pechino, ma contribuisce anche a dar ragione a quanti da tempo auspicano l’abbandono di politiche soft nei confronti del “regno canaglia” e invitano ad adottare misure meno accomodanti e più drastiche.

Conclusioni
La svolta che la nicchia di Kim Jong Il sembrerebbe intenzionata ad attuare sembra di primo acchito un passo indietro nel cammino di timida modernizzazione alla cinese o, forse, alla vietnamita. Il rafforzamento dell’isolamento, la pretesa di continuare un’insostenibile politica di autosufficienza economica (juche) e il rafforzamento del razionamento alimentare pubblico paiono infatti misure comuniste in senso stretto di vecchia memoria.
A ben vedere, però, questi stessi provvedimenti potrebbero invece nascere proprio dalla necessità di accompagnare il processo di riforme in maniera più salutare. Come osserva un responsabile del WFP, il ripristino del PDS sarebbe esattamente una “necessità transitoria” di una società che, alla progressiva accoglienza di elementi di libero mercato, ha visto associarsi un crescente gap interno. Gap che potrebbe presto assumere i tratti delle difficoltà economiche russe post-sovietiche e che si tradurrebbe innanzi tutto in una mina pronta a frantumare l’autorità politica di Pyongyang.
A dimostrazione della presunta buona volontà nordcoreana sarebbe il recente approccio assunto in occasione del Summit Europea-Corea del Nord di inizio Ottobre. I rappresentanti di Pyongyang hanno dimostrato di essere estremamente interessati a questioni di modernizzazione di imprese di stato e si sono ripetutamente rivelati desiderosi di attirare maggiori investimenti diretti stranieri. In questo, guardano con particolare curiosità all’esperienza degli ex-satelliti sovietici che sono attualmente in un’importante fase di consolidamento delle relazioni con l’UE.
Che cosa ci si può aspettare, dunque, per il breve periodo?
Altalenando fra necessità concrete e ambizioni politiche, il regime di Kim Jong Il probabilmente non farà che mettere mano ad un “rimpasto” nelle sue relazioni con la cooperazione internazionale: alcuni programmi verranno effettivamente chiusi, altri saranno semplicemente sottoposti a diverse condizioni di lavoro, altri ancora verranno tramutati in aiuti allo sviluppo
In conclusione, null’altro che un’ennesima mossa del regime per liberarsi di attori “scomodi” e approfittare di partner utili.

* Analisi pubblicata su www.equilibri.net novembre 2005