Mongolia (Interna)

© Silvia Sartori. Deserto del Gobi, Agosto 2012.

Mongolia. 
Un viaggio deciso all’ora di pranzo del giorno prima di partire.

Mongolia Interna per la precisione, cioè non quella indipendente che giace tra Cina e Russia, ma quella ad autonomia speciale che fa parte del territorio cinese.

Ad Agosto, in occasione della visita di un’amica, si doveva fare un weekend somewhere in China. Le previsioni anticipavano piogge e tifoni praticamente ovunque. Ovunque eccetto in Tibet e Mongolia. Per il Tibet non avevamo abbastanza tempo, tantomeno il visto ad hoc. Perché non provare la Mongolia allora?

C’ero stata una prima volta a maggio scorso, anche in quel caso kind of unplanned and last-minute organized. E quello che ero riuscita a scovare in un giorno m’aveva stregata. E poi m’ero innamorata dell’accento con cui parla la gente del posto: una cantilena di mandarino in crescendo, con una sorta di accento russo. Delizioso. 

Queste regioni remote sono quelle che della Cina più amo. 
Poco popolate, ancora in gran parte estranee alla modernizzazione - per certo all’occidentalizzazione - di massa, con paesaggi naturali selvaggi, aspri e tanto incontaminati quanto possa tuttora esserlo una zona della Cina e - grande punto forte - con una vitalità e varietà culturale e religiosa da far impallidire città come Shanghai: la sola Hohhot (il capoluogo della Mongolia Interna) conta 30 minoranze etniche (la Cina ne riconosce ufficialmente 56), mi ha raccontato un tassista. Ci sono comunità musulmane, buddiste (tradizionali e tibetane), persino cattoliche.
In luoghi del genere di stranieri ne vedono col lanternino. In luoghi del genere dell’inglese s’è sentito parlare solo nei manuali di scuola. In luoghi del genere le famiglie hanno ancora due figli. In luoghi del genere d’inverno le temperature scendono di trenta, quaranta gradi sotto lo zero, e tutto si copre di neve almeno da Novembre fino a Marzo; d’estate, il sole ti brucia.

Questi sono anche i luoghi in cui ora si sta giocando la grande partita della nuova ondata di sviluppo cinese. Non solo perché sono tra i piu’ poveri ed arretrati della Cina ma soprattutto perché sono ricchissimi di risorse (energetiche in primis) e hanno una strategicissima collocazione geografica.
Le praterie mongole che abbiamo visitato sono disseminate di pale eoliche (con un certo qual fascino, devo dire: una sorta di Matisse futurista). Ha origine in Mongolia (Interna), infatti, circa un terzo di tutta l’energia eolica cinese.
Molti dei villaggi che abbiamo attraversato erano ricoperti di carbone (di cui la Mongolia Interna e’ la seconda fornitrice domestica): polvere nera a terra, ai vetri delle finestre, sui tetti delle case. Le strade erano segnate da lunghe code di camion sovraccarichi di macigni neri, diretti nello Shandong, a Pechino, nell’Heilongjiang e in tutto il Nordest della Cina (tuttora, oltre il 70 percento del fabbisogno energetico cinese e’ ‘saziato’ col carbone). Uno scenario dickensoniano versione cinese.

Questi, infatti, sono anche i luoghi in cui mi interrogo su cosa ne sarà davvero del futuro della Cina.
La parte che abbiamo visitato del deserto del Gobi era un’enorme Gardaland con le immancabili chiassose comitive di turisti cinesi.
Per le centinaia di chilometri che abbiamo percorso, sembrava di essere dentro un enorme cantiere: superstrade in costruzione, case in costruzione, ponti in costruzione, palazzi in costruzione, binari in costruzione. E, come oramai in troppi punti in giro per la Cina, ti chiedi: Ma per chi sono tutti questi edifici (che penzolano lì spesso vuoti)? L’ombra della bolla immobiliare non ti abbandona neanche lì.

Lo sviluppo e l’emancipazione dalla povertà.
L’emancipazione dalla povertà e la modernità.
La modernità e la preservazione della cultura e dell’ambiente tradizionale.
La preservazione delle tradizioni e la presenza sempre più massiccia di cinesi han (di autentici mongoli ne abbiamo contati meno di una mezza dozzina).
Fila e fila di considerazioni, di domande, di scenari che ancora non sono riuscita a dipanare completeamente. Ma che trovo irresistibilmente affascinanti, ed intriganti – e da cui dipenderanno tanti degli scenari futuri di questa parte di mondo. 

I love China’s wild.
I long to go more into China’s wild.